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La prima volta alle Fosse Ardeatine




La prima volta che varchi il cancello delle Fosse Ardeatine lo fai camminando in punta di piedi, attraversi quella barriera invisibile che capisci ti porterà in un luogo sacro dove il tempo e lo spazio perdono molte delle loro certezze. 
Ti sorprendi a calpestare quel suolo con il massimo rispetto e con la maggior leggerezza possibile, come se i tuoi passi potessero in qualche modo oltraggiare o violare l'intimità di qualcosa o di qualcuno. Lo sguardo vola perso intorno a te come se fossi nel centro preciso di una dimensione parallela ancora sconosciuta, provi a mettere a fuoco ogni particolare della zona antistante alle fosse, guardi le lapidi commemorative cercando di leggerne i caratteri un po' sbiaditi dal tempo e dal dolore, capisci che stai per vivere un'emozione che ti accompagnerà per sempre. La prima cosa che ti colpisce di quel luogo è il silenzio, l'assoluta mancanza
di suoni e di rumori, o almeno quella è la sensazione che provi. Non percepisci il vociare dei visitatori che affollano lo spiazzo che domina l'ingresso, non ti arrivano nemmeno i suoni scomposti delle scolaresche che restano innaturalmente quiete e composte.
Entro.
Accedo alla prima galleria e mi fermo appena mi rendo conto che sto percorrendo esattamente lo stesso percorso dei condannati e allora mi blocco: non riesco a proseguire, non posso, mi sembra di vederli e di sentirne lo strazio e la disperazione. Non posso andare avanti, come allora ancora adesso mentre scrivo sento mancarmi il respiro. Da quel momento preciso, ogni volta che provo a pensare al dolore come se fosse un'immagine, oppure quando tento di dare una "forma" alla sofferenza, ritorno in quel luogo e a quel preciso momento: se provassi a rappresentare la disperazione su un foglio di carta disegnerei esattamente, se ne fossi capace, quel luogo e quel momento.
Potrei fermarmi e tornare sui miei passi, potrei ma mi sentirei un vigliacco. E allora vado avanti. Percorro la breve galleria che mi porterà lì dove dove avvenne l'eccidio e man mano che mi avvicino a quel luogo lo stato d'animo muta: lo sgomento iniziale lentamente si dissolve, mi sento meglio, l'angoscia che mi opprimeva si sta ora trasformando in energia positiva. Mi guardo intorno, non c'è nessuno ma capisco di non essere solo. Ancora pochi passi e capisco: ci sono Gastone,19 anni e Nando, 22 anni, studenti partigiani che sognavano la Libertà. Ci sono Leonardo, meccanico, ed Egidio, operaio di 44 anni, che parlano con Giovanni, contadino, di sudore fatica mani consumate dal lavoro e salari troppo bassi per vivere. Poco più dietro sta arrivando Gaetano, Carabiniere di 25 anni, tradito da uno Stato vigliacco e assassino, vicino a lui c'è Bruno, di professione stagnaro, come si dice a Roma, che lo guarda con quel pizzico di timore reverenziale che i popolani istintivamente provano nei confronti di "quelli in divisa". Non temere Bruno, quella divisa, stavolta, è dalla tua parte. Vorrei potervi abbracciare tutti e a tutti voi chiedere scusa perché non riesco a farlo, scusa per la mia impotenza, scusa per la mia insignificante minuscola presenza tra voi giganti, scusa A PER NON AVER FATTO ABBASTANZA affinché certi mostri non tornino più a infestare il mondo
Ormai è giunto il momento di andare e inconsapevolmente, senza nemmeno accorgermene, sono già quasi uscito dalla grotta quando istintivamente alzo lo sguardo verso quell'apertura nella volta rocciosa che i nazifascisti fecero saltare per coprire quella vergogna e nascondere al mondo il loro abominio. Penso: non ci siete riusciti luridi bastardi, volevate seppellire la vostra infamia ma avete seppellito soltanto la vostra appartenenza al genere umano, siate maledetti voi e siano maledette tutte quelle persone che ancora ispirano i propri pensieri alla vostra follia criminale.
Varco la pesante cancellata che custodicse quel luogo sacro e ritorno al presente, a quella via Ardeatina tornata ad essere una semplice strada da percorrere stancamente per andare chissà dove




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